Sabato 19 Gennaio 2019

Servizio idrico. Romagna Acque alla Camera dei Deputati contro la Riforma Daga. Domani sciopero

Domenica 16 Dicembre 2018
Bernabè e Gambi durante l’audizione alla Commissione Ambiente della Camera

Nei giorni scorsi, il presidente di Romagna Acque-Società delle Fonti Spa, Tonino Bernabè, e il direttore generale, Andrea Gambi, sono stati ricevuti in audizione dalla VIII Commissione Ambiente della Camera dei Deputati. Bernabè e Gambi hanno portato le considerazioni della Società sulle due proposte di legge che toccano, fra le altre cose, la gestione della risorsa idrica: quella che ha come primo firmatario l’On. Federica Daga, del Movimento Cinque Stelle, e quella che ha come primo firmatario l’on. Chiara Braga del Partito Democratico. 

A seguito dell’audizione, entro la prossima settimana, Romagna Acque presenterà alla Commissione anche un proprio contributo per iscritto.

 

Come è noto, a far discutere è soprattutto la “riforma” Daga del servizio idrico integrato, in via di elaborazione parlamentare proprio in questo periodo: che prevede fra le altre cose il ritorno alla costituzione di aziende speciali o enti di diritto pubblico, tornando di fatto al quadro di riferimento precedente alla legge Galli del 1994. Contro questa riforma è indetto per lunedì 17 dicembre uno sciopero generale dei lavoratori dei settori elettrici, gas e acqua. Anche Romagna Acque-Società delle Fonti spa sostiene la protesta: le audizioni di Bernabè e Gambi alla Camera sono andate in questa direzione.

 

“E’ fondamentale difendere con forza il sistema che ha permesso di rafforzare le realtà all’avanguardia nel settore, in termini di investimenti e di coesione territoriale, com’è il caso di Romagna Acque”, sottolinea il presidente Bernabè. “Dobbiamo garantire la continuità di operato di quelle realtà che sono in grado di reggere la capacità di investimento. Al tempo stesso la riforma ci preoccupa sia per quanto riguarda il tema della fiscalità generale, che per garantire gli investimenti andrebbe a toccare pesantemente le tasche dei cittadini; sia per la prevista parcellizzazione dei territori, che prevede una serie di misure di “frammentazione” degli enti coinvolti rispetto a quelli previsti attualmente”.

 

Bernabè sottolinea in particolare alcuni punti salienti della proposta di legge che Romagna Acque critica (in totale sintonia con Utilitalia, la Federazione che riunisce le Aziende italiane operanti nei servizi pubblici dell'Acqua, dell'Ambiente, dell'Energia Elettrica e del Gas): “In primo luogo, la riforma Daga propone la ripubblicizzazione del sistema: ma cerca, come impostazione, di piegare una realtà concreta (quella raggiunta dopo il referendum del 2011, quindi un sistema industriale gestito a livello aziendale), ad un sistema che precede addirittura la legge Galli del ’94, tornando alle Municipalizzate, Aziende speciali o Enti di Diritto Pubblico. Enti che non possono avere un consiglio di amministrazione in grado di deliberare e decidere in tempi utili. Pensiamo a Romagna Acque: in un panorama come quello romagnolo, con oltre 60 comuni coinvolti, si bloccherebbe praticamente qualsiasi decisione efficace ed efficiente".

 

"Il secondo aspetto critico riguarda l’authortity. Il servizio idrico è stato regolato dopo il referendum del 2011, e la regolazione è stata affidata ad un'unica autorithy nazionale (oggi ARERA), a 64 enti di gestione d’ambito (per l’Emilia-Romagna, Atersir), a cui si aggiungono i 148 Consorzi di Bonifica. Complessivamente, circa 200 soggetti. La Daga propone di frammentare il sistema puntando su 7 autorità di distretto dei bacini idrici, e su 400 fra bacini e sub-bacini idrici. Praticamente raddoppiando il numero degli enti coinvolti: cioè, anche in questo caso, tornando indietro invece che andare avanti".

 

"Ancora, la riforma Daga propone di superare le concessioni esistenti. Dall’entrata della legge, tutte le aziende dovrebbero essere ripubblicizzate grazie a quote del Ministero Ambiente, e interrompendo al 31 dicembre 2020 tutte le concessioni esistenti. Utilitalia calcola che tutto ciò avrebbe un costo di 15 miliardi per l’acquisizione delle quote, a cui aggiungere gli indennizzi per l’interruzione delle concessioni, più ulteriori 5 miliardi all’anno almeno per quattro anni per finanziare gli investimenti. Il tutto incidendo sulla fiscalità generali, e condizionando anche gli impegni attuali presi dalle aziende con gli istituti di credito. A rimetterci di più sarebbero le regioni del Centro Nord, che hanno maggior efficienza".

 

"Altro punto critico riguarda la proposta di fornire 50 litri d’acqua al giorno gratuitamente a tutti i cittadini, come quantitativo minimo vitale, indipendentemente dal reddito. Anche questo per noi è sbagliato: oggi la legge aiuta le famiglie indigenti a non avere interruzioni del servizio, ed è una regola di equa garanzia; un domani, la gratuità per tutti andrebbe comunque pagata dalle tasse dei cittadini. Ultimo punto. Oggi abbiamo 360 aziende che coprono le risorse idropotabili per il 90% della popolazione a livello nazionale; mentre le gestioni in economia da parte dei piccoli comuni, soprattutto in area montana - prevalentemente nel meridione – coinvolgono 2100 comuni, pari a meno del 10% della popolazione servita. In termini di investimenti, quei comuni investono meno di 5 euro pro capite per abitante, mentre la media nazionale del restante 90% oscilla tra i 40 e i 50 euro per abitante. La Daga propone di aumentare le gestioni in economia al 40% dei Comuni, quelli fino a 5 mila abitanti (Comuni, Unioni dei Comuni, Comunità Montane): il che creerebbe molti più problemi in termini di investimenti."

 

"Pensiamo ai sindaci: dopo il superamento delle provincie, da un lato, e viste le “minacce” legate al cambiamento climatico, chi amministra un Comune ha bisogno di strumenti operativi. Ipotizzare che si ottenga un servizio migliore frammentando la gestione idrica è una pia illusione. Se ho un’autorità indipendente che mi garantisce efficacia ed efficienza, è meglio che questa rimanga: quel che andrebbe fatto è aumentare i poteri di indirizzo e di controllo dei sindaci, come accade già a Romagna Acque grazie all’assemblea dei soci. Senza togliere all’azienda la sua capacità operativa, né quegli strumenti industriali che sono fondamentali per rispondere in tempi ragionevoli alle esigenze di investimenti”.

 

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