Giovedì 21 Marzo 2019

Garante Privacy ordina a Google cancellazione link

Martedì 12 Marzo 2019

Il Garante per la protezione dei dati personali ha ancora una volta riconosciuto il pieno diritto alla deindicizzazione dei dati personali illecitamente diffusi in rete dal motore di ricerca Google.

Con un recentissimo provvedimento (n. prot. 5146/2019 del 13.02.2019) il Garante Privacy ha condiviso le argomentazioni di un imprenditore incensurato, la cui reputazione personale sul web era stata gravemente lesa dalla presenza in rete di commenti negativi e diffamatori, resi pubblici su vari siti web (tra cui i più importanti social networks e siti specializzati in finanza e investimento) da anonimi commentatori che, senza alcun elemento che potesse validamente supportare le proprie ragioni, avevano deliberatamente danneggiato l’immagine personale - ma soprattutto - professionale del reclamante. Nel caso di specie, l’interessato è uno stimato imprenditore (la cui serietà ed illibatezza è comprovata da decenni di attività professionale) che alcuni anni fa decise di lanciare un vincente progetto di criptomoneta, attraverso la creazione di un sistema di società altamente specializzate nello sviluppo di sistemi informatici blockchain e, più genericamente, di costruzione di criptovalute e di “utility token” per i mercati digitali.

La crescente popolarità del progetto suscitò sin da subito le invidie di molti, che diffusero senza controllo maldicenze e calunnie sulla affidabilità della società e, soprattutto, dell’interessato stesso: per fare un esempio, in alcuni dei contenuti diffamatori (che, grazie al provvedimento del Garante Privacy, Google è stata costretta a rimuovere) l’imprenditore veniva descritto come truffatore o, richiamando i termini certamente più coloriti utilizzati dagli anonimi autori, addirittura come “fuffaro”. Fermo restando che la maggior parte di tali contenuti presentava carattere offensivo e volutamente ingiurioso, a causa della permanenza in rete di tali informazioni l’interessato ha subito una grave campagna denigratoria, diretta unicamente ad infangarne la professionalità ed il decoro umano: a tal proposito, nel reclamo presentato ai sensi dell’art. 77 G.D.P.R. (acronimo di General Data Protection Regulation) l’interessato, rappresentato e difeso dall’Avv. Domenico Bianculli, del foro di Roma, Responsabile Area Legale presso Cyber Lex S.r.l.s., aveva allegato copia del certificato del casellario giudiziale, da cui risultava come lo stesso non avesse mai subito alcun procedimento, penale e/o civile che sia.

Prima di rivolgersi al Garante Privacy, lo stesso aveva tentato di difendere i diritti connessi alla protezione dei dati personali dell’interessato dinanzi lo stesso Google, avanzando formale richiesta di deindicizzazione degli URL contenenti queste informazioni false, ingiuriose e gravemente inesatte. Nonostante la bontà delle sue ragioni, il famoso motore di ricerca ha ritenuto di dover rigettare l’istanza dell’interessato in virtù di una presunta “pertinenza alla sua vita professionale”, così di fatto avallando l’illiceità del comportamento dei calunniatori del web che avevano preso di mira (spontaneamente o dietro corrispettivo di qualche concorrente) l’ignaro imprenditore.

Al termine della fase istruttoria, presa visione della documentazione allegata dall’Avv. Domenico Bianculli a sostegno delle ragioni dell’interessato e delle argomentazioni degli avvocati di Google, con provvedimento dello scorso febbraio il Garante per la protezione dei dati personali ha accolto il reclamo perchè fondato, ordinando contestualmente a Google “di rimuovere, nel termine di venti giorni dalla ricezione del presente provvedimento, gli URL indicati nell’atto introduttivo quali risultati di ricerca reperibili in associazione al nome dell’interessato”. Tra le motivazioni a supporto della sua decisione, il Garante Privacy ha di fatto smentito le argomentazioni del motore di ricerca (che da febbraio ha spostato la sede del suo Titolare del trattamento in Irlanda) riconoscendo, in virtù dell’assenza di precedenti giudiziari nel casellario del reclamante, la sussistenza di “un pregiudizio dei diritti del reclamante...che non può ritenersi bilanciato da un interesse del pubblico alla conoscibilità di informazioni (negative)...tenuto conto che la parzialità di quelle reperibili tramite gli URL indicati non consentono di fornire allo stesso pubblico gli elementi necessari per poter effettuare una corretta e, quindi, veritiera ricostruzione della vicenda”.

 

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