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ROMAGNA E ROMAGNOLI NEL MONDO / 31 / Il gesuita cesenate Girolamo Dandini in missione tra i maroniti del Libano

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Dopo 30 puntate dedicate alle Americhe, la nostra rubrica passa ora all’Asia e all’Oriente, da quello vicino e mediterraneo a quello “estremo” e lontano, per raccontare le storie di alcuni romagnoli che, in varie epoche della storia, vi compirono per diverse ragioni viaggi e imprese. Partiamo da un cesenate, il gesuita Girolamo Dandini (1552-1634), di cui resta l’importante libro diaristico e di viaggio Missione Apostolica al Patriarca, e Maroniti del Monte Libano, del Padre Girolamo Dandini da Cesena, della Compagnia di Gesù, e sua Pellegrinazione a Gerusalemme, opera postuma portata a stampa per la prima volta a Cesena (a cura dei nipoti del Dandini) dal tipografo Neri nel 1656.

Dandini

Frontespizio della prima edizione della Missione Apostolica al patriarca di G. Dandini, 1656

Prima però è necessaria una premessa. Anticamente i Maroniti erano identificati come i seguaci dell’eremita San Marone, un asceta siriano compagno di Giovanni Crisostomo, che viveva su una montagna nelle vicinanze di Apamea, in Siria, ed erano cristiani come tutti gli altri, fedeli ai Concili ecumenici. La Chiesa Maronita intesa come istituzione, invece, è nata nel settimo secolo, allorquando Giovanni Marone nel 687 fu eletto, per primo, Patriarca d’Antiochia e di tutto l’Oriente. Per sfuggire alla persecuzione in Siria emigrò a Kfarhy in Libano (che ancora oggi è la sede del Patriarcato maronita), portando con sé la reliquia più sacra per i Maroniti, il cranio di San Marone.

San Marone

San Marone

Nel Libano i Maroniti si stanziarono nelle montagne, isolati dal resto della cristianità, dove si svilupparono i monasteri dei monaci eremiti, in particolare nella valle di Qadisha. Al sopraggiungere dell’Islam, molti cristiani di quell’area cercarono protezione tra i Maroniti, che riuscirono a farsi riconoscere nel 740 dal Califfo Marwan II come una comunità separata e con una certa autonomia.

Dandini

I monasteri di Qadisha tornarono a essere centrali nella storia dei Maroniti tra il 1571 e il 1634 come luoghi di protezione della popolazione durante la persecuzione ottomana, e in seguito, nel 1860, nel conflitto con i Drusi, una setta religiosa d’origine musulmana nata in Egitto nell’undicesimo secolo e in seguito radicatasi nel Libano meridionale e in Siria (a quei tempi territorio unico). Secondo molti studiosi, i Maroniti non si sono mai separati dalla Chiesa di Roma, pur non avendo avuto contatti stabili per lunghi periodi. I vescovi maroniti partecipavano ai sinodi e ai concili, ma rimanevano, per regioni geografiche, ai margini. La fondazione nel 1584 del Collegio Maroniano a Roma segnò l’avvio di un’effettiva integrazione della Chiesa maronita con Roma; il Collegio, nato per volontà di Gregorio XIII allo scopo d’incoraggiare i rapporti tra la Santa Sede e la Chiesa maronita, continua ancora la propria attività, anche se si è trasformato in un centro di dialogo tra le diverse culture e religioni.

Nel XVI secolo i Maroniti potevano mantenere un contatto con la Chiesa di Roma grazie alle navi veneziane, che erano considerate le più sicure del Mediterraneo. Da un lato Venezia era la porta dell’Oriente; dall’altro, il porto di Tripoli del Libano era lo “sbocco” dei Maroniti sul Mediterraneo, come pure il passaggio obbligato dei missionari francescani e gesuiti per raggiungere Qanobin.

Porto di Tripoli

Il porto di Tripoli in Libano in una stampa d’epoca

Per prudenza, i missionari arrivavano a Tripoli travestiti da pellegrini o mercanti. Nel 1596 ad esempio i gesuiti Girolamo Dandini, protagonista di questa puntata della nostra rubrica, e Fabio Bruni, vestirono gli abiti di pellegrino e di veneziano per il viaggio e cambiarono di nome. Ma non c’erano solo missionari che da Venezia prendevano la via dell’Oriente: il viaggio si faceva anche nell’altro senso. I primi Maroniti a recarsi a Venezia alla fine del XV secolo erano stati reclutati nei villaggi del Monte Libano dal missionario francescano Fra Gryphon. Dopo qualche tempo passato a Gerusalemme, i giovani novizi erano stati inviati a Venezia e quindi a Roma, per completare la loro formazione.

Tripoli

Immagine d’epoca di Tripoli in Libano

Ma ora torniamo a Girolamo Dandini. Appartenente a una famiglia aristocratica di Cesena e nipote dell’omonimo cardinale, entrato nella Compagnia di Gesù e formatosi a Roma, venne poi inviato a Parigi, dove insegnò filosofia e redasse alcune opere di teologia (ad esempio l’Ethica Sacra); in seguito insegnò all’Università di Padova e fu rettore, dal 1590, del collegio dei Gesuiti di Forlì, e dal 1593 di quello di Perugia. Nel 1596 fu inviato da papa Clemente VIII in Libano, allora, come detto, nell’Impero ottomano, per prendere contatti con i vertici della Chiesa Maronita, portare a questi la benedizione papale e studiare la loro situazione per riferirne a Roma.

Dandini

Partì insieme a un altro gesuita, Fabio Bruni; i due salparono da Venezia il 17 luglio del 1596, e dopo aver compiuto scali a Candia e a Cipro sbarcarono a Tripoli di Siria (oggi Tripoli del Libano), per poi raggiungere il monastero di Qanobin, sede del Patriarcato dei Maroniti.

Dandini e Bruni si trattennero in Libano per circa tre mesi. Là il romagnolo studiò con attenzione gli usi, i costumi e il paese dei Maroniti, ne considerò le lamentele e le richieste, rivelando un considerevole talento diplomatico. Nel mese di settembre organizzò un Concilio nazionale dei Maroniti del Libano, nel corso del quale questi ultimi affermarono che la Chiesa attribuiva loro errori dogmatici mai commessi. «Sotto l’abile guida di Dandini – annota Matteo Sanfilippo – furono spinti a stabilire nuovi canoni sul culto esterno e sull’amministrazione dei sacramenti e a decidere di servirsi del nuovo Messale emendato, allora recentemente edito in Roma. Fu inoltre approvato che alcuni giovani Maroniti fossero inviati ogni anno a studiare a Roma nell’appena fondato Collegio Maronita per evitare il ripetersi di qualsiasi errore dottrinale e di qualsiasi “abuso” del culto». In questa situazione, Girolamo Dandini seppe superare anche le difficoltà dovute all’improvvisa morte del vecchio Patriarca e l’elezione del suo successore, senza apparire un prevaricatore ma anche senza recedere dalle proprie direttive.

Monastero Maronita

Monastero di Qanobin in Libano

Compiuta la missione in Libano, Dandini poté dedicarsi al pellegrinaggio in Terrasanta, per ripartire poi il 7 gennaio del 1597 a bordo di una nave francese diretta a Venezia. Un paio di mesi dopo era a Roma, dove presentò alla Curia Pontificia la relazione della sua visita apostolica. Fu in seguito in Polonia, poi in Francia, intervallando queste missioni con l’insegnamento e il rettorato di collegi gesuitici in diverse città italiane. Morì ottantaduenne a Forlì il 29 novembre del 1634.

PER APPROFONDIRE

Girolamo Dandini, Missione apostolica al Patriarca, e Maroniti del Monte Libano, del Padre Girolamo Dandini da Cesena, della Compagnia di Gesù, e sua Pellegrinazione a Gerusalemme, per il Neri, in Cesena 1656.

Carmelo Capizzi, Un gesuita italiano di fine Cinquecento per i maroniti, «Studi e ricerche sull’Oriente cristiano», I (1978), n. 1, pp. 19-36.

Salvatore Saccone, I Maroniti del Monte Libano alla fine del XVI secolo in una relazione del gesuita Girolamo Dandini, estr. da Miscellanea di storia delle esplorazioni, V, Genova 1980, pp. 49-57.

Matteo Sanfilippo, Dandini, Girolamo, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. XXXII, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1986, pp. 423-424.

Giordano Conti, La Romagna e l’altrove, Il Ponte Vecchio, Cesena 2012, pp. 37-39.

Ray Jabre Mouawad, Les liens de Qannoubine avec Venise à travers l’icône “maronite” de 1593, «Parole de l’Orient», n. 45 (2019), pp. 223-237.

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