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ROMAGNA E ROMAGNOLI NEL MONDO / 29 / Stefano Cavazzuti, di Alfonsine, “medico degli ultimi” fra i minatori di Borello e in Sud America

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Nato ad Alfonsine, in provincia di Ravenna, il 19 febbraio del 1845, Stefano Cavazzuti cresce in un ambiente familiare politicizzato che lo orienta verso ideali mazziniani e repubblicani, tanto da divenire amico personale di Aurelio Saffi. Ottiene da autodidatta e con un esame da privatista il diploma di maestro elementare, ma dal padre medico eredita la passione per la medicina, esercizio in cui si applica fin da giovane pur senza avere seguito studi ufficiali in quel campo, compensati da una costante formazione sui testi dei luminari e dalla pratica quotidiana accanto al genitore. Così, verso la fine degli anni Sessanta dell’Ottocento, animato da intraprendenza e spirito solidaristico e filantropico, inizia a interessarsi del minatori romagnoli impiegati nelle zolfare della Boratella, nel comune di Mercato Saraceno: operai costretti a condizioni di lavoro pesanti, al limite del disumano, in ambienti difficili, pericolosi e insalubri. Volendo dare spazio a suggestioni letterarie, viene quasi da pensare al famoso romanzo La Cittadella di Cronin per il quale l’autore si ispirò alla propria esperienza di medico tra i minatori di una valle del Galles.

Miniera di Boratella

Miniera di zolfo della Boratella

Cavazzuti in quel contesto è uno dei fondatori della prima Società di Mutuo Soccorso fra i Liberi Minatori di Borello, formatasi nel 1872, e gode di grande stima. La sua attenzione non va solo alle condizioni del lavoro nel sottosuolo, ma anche ad aspetti dello sfruttamento e dei soprusi che i minatori subiscono in generale. Denuncia ad esempio lo stato dei “bettolini”, sorta di botteghe di generi alimentari e osterie fatti sorgere vicino alle miniere, in cui ai lavoratori si forniscono, in condizioni igieniche deplorevoli e senza alcun controllo da parte delle autorità, cibi e prodotti scadenti, a volte avariati e pericolosi per la salute. Saranno proprio i gestori dei “bettolini”, spesso a loro volta appartenenti a “clan” repubblicani, che per reagire a ciò denunciarono Cavazzuti per l’esercizio abusivo della professione medica.

Minatori

Minatori

Minatori di una zolfara romagnola

A quel punto, su consiglio dell’amico Aurelio Saffi, professore all’Università di Bologna, Stefano Cavazzuti avvia le pratiche per potere accedere con appositi esami, pur senza la licenza liceale, agli studi di Medicina. Il risultato del tentativo sarà eccellente: viene non solo ammesso, ma iscritto subito al terzo anno del corso di laurea. Così, non più giovanissimo e con un famiglia da mantenere (è già sposato e con prole), inizia la propria brillante attività di studente, che porta a termine laureandosi il 17 giugno del 1882.

Diploma di Cavazzuti

Il diploma di laurea in Medicina di Stefano Cavazzuti

Il suo primo esercizio della professione avviene a Coccolia, al confine tra i comuni di Ravenna e Forlì, come medico condotto; e già nel 1886 deve affrontare la dura prova dell’epidemia di colera che funesta il Ravennate con un bilancio che alla fine farà contare oltre 500 vittime. Di indole intraprendente, irrequieta e avventurosa, che si alimenta di spirito ideale e solidaristico, Cavazzuti nel 1887 lascia la condotta per lavorare come medico sulle affollate navi che, in lunghi e disagevoli viaggi per mare, portano i nostri emigranti nelle Americhe. Quell’esperienza umanamente densa lo spinge, l’anno dopo, a divenire egli stesso emigrante: nel 1888 si imbarca con la famiglia e approda a Santa Fè, in Argentina, per stabilirsi a San Justo, grosso centro agricolo già molto popolato di italiani, una umanità che ha lasciato la propria terra, che cerca di costruirsi una nuova vita tra mille difficoltà e a cui decide di dedicarsi in qualità di medico.

Emigranti

Emigranti italiani verso l’Argentina

Troviamo in uno scritto di Pier Paolo Magalotti dedicato a Cavazzuti: «La fama del medico romagnolo si diffonde fra quella popolazione, quando decide, per salvare la vita di un povero contadino ferito gravemente da un giaguaro, di amputargli la gamba maciullata. L’operazione seguita in condizioni estreme, da solo e al lume di una candela, riesce perfettamente. Subito dopo decide di convalidare la sua laurea in medicina all’Università di Cordoba, al fine di poter esercitare [ufficialmente] anche nella repubblica Argentina, e di trasferirsi nella città di Santa Fè». È proprio a Santa Fè che rimarrà per cinque anni e parteciperà alla fondazione dell’ospedale italiano della città, come ancora testimonia la lapide posta nell’atrio del nosocomio; e qui nascerà anche il suo quarto figlio.

Nel 1896 Stefano Cavazzuti si trasferisce a Buenos Aires, dove lavorerà per il locale ospedale italiano, e da qui si sposterà poi nella vicina città di La Plata, mettendosi professionalmente e umanamente al servizio della comunità italiana che vi risiede, organizzata anche in circoli e società operaie deputate al mutuo soccorso. Le condizioni di vita di molti di quegli emigranti non sono molto migliori, constata il medico romagnolo, dei diseredati che ha curato e aiutato nelle miniere della Boratella, e abbisognano della sua opera anche ideale e organizzativa, che si concretizza nel contributo alla realizzazione della Società Ospedale Italiano, grazie alla quale tra il 1902 e il 1903 vede la luce un nuovo nosocomio, di cui Cavazzuti sarà il primo direttore sanitario.

L’attività e le esperienze del medico originario di Alfonsine, però, non si limitano all’ambito sanitario: è infatti un instancabile viaggiatore, intellettualmente curioso, impegnato a studiare il territorio, la sua gente, la sua cultura, i suoi risvolti etnografici. Accompagna perciò in diverse spedizioni ed escursioni il naturalista e antropologo argentino Fiorentino Ameghino alla scoperta di aree poco conosciute abitate da popolazioni indigene, raccogliendo molti oggetti e testimonianze: una mole di interessanti materiali che poi donerà alla città di Ravenna per la realizzazione di un Museo Etnografico Americano che purtroppo non avrà mai vita duratura e compimento (oggi una parte di quella raccolta, poco conosciuta e pressoché dimenticata, è conservata nel Museo Brandolini presso il “Palazzone” di Sant’Alberto).

Cavazzuti tornò alcune volte in Italia per periodi di varia durata; lo fece per l’ultima volta nel 1924, con meta Bologna. Qui, anziano e molto malato, morì il 1° ottobre nella clinica di Bartolo Nigrisoli, suscitando ampio cordoglio nel nostro Paese e ancor di più in Argentina.

Libri

PER APPROFONDIRE

A. Ortali, C. Carlone, Il Museo etnografico «Cavazzuti» di Ravenna. Storia di una scoperta, Longo, Ravenna 1990.

P.P. Magalotti, Stefano Cavazzuti. Da sanitario alla Boratella a medico in Argentina, «La Piê», LXIX (2001), pp. 204-206.

P.P. Magalotti, Stefano Cavazzuti, in Le vite dei cesenati, II, a cura di P.G. Fabbri, Stilgraf, Cesena 2008, pp. 45-54.

G. Cerasoli, P.P. Magalotti, Mal di zolfo. Minatori, medici e malattie nella Valle del Savio e nel Montefeltro nella seconda metà dell’Ottocento, Società di Studi Romagnoli, Cesena 2017.

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